Villabianca di Modena

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In queste pagine troverete qualche informazione sul nostro bellissimo paese, situato sulle sinuose colline tra Marano sul Panaro e Castelvetro in provincia di Modena [vedi mappa e direzioni qui].


13 aprile 2008

fra Antonino Serventini: La giungla nella quale voglio addentrarmi

Fra Antonino Serventini, missionario dei frati cappuccini figlio della Signora Gina di Villabianca di Modena

Il seguente articolo e' stato scritto dal nostro compaesano fra Antonino Serventini (figlio della Sig.ra Gina, n.d.r.), missionario in Centrafrica dal 1988 con i frati Cappuccini. L'articolo e' tratto dal sito internet del "Messaggero Cappuccino dei frati minori cappuccini dell'Emilia Romagna" e relativo al MC numero 3 (2008):

Un convento tira l'altro

Vedo che le domande di MC sono dirette di preferenza a conoscere la persona del missionario e la sua storia; capisco che occorre franchezza da parte mia. Cercherò di rispondere semplicemente in verità.

Perchè sono partito missionario? Perchè il Signore mi ha chiamato da piccolo. Quando sono partito? A trentanove anni! C'è poco da ridere: è così! E vi spiego il perchè. Da piccolo mia madre Gina, in campagna, dopo la potatura delle vigne, mi diceva: Tira su quegli stecchi. Ma io non ne avevo voglia. Lei insisteva, esigeva e comandava. Ed io: Oh... arriverà bene il tempo in cui andrò nella giungla! Ma non sapevo quel che dicevo. Infatti, per me la giungla rappresentava solo l'avventura, la fuga dalla triste realtà di dover raccogliere stecchi, comandato a bacchetta. Tutto lì. Questo è vero.

Devo però dire tutta la verità. Già da piccolo, più in profondità nel mio cuore, c'era il desiderio e la voglia di diventare sacerdote, come il mio parroco don Eustachio, e di diventare santo come il mio papà Giuseppe, il campanaro e il sacrestano di Villabianca, dove sono nato.

Di lì a poco - avevo dieci anni - ho lasciato i miei due fratelli Federico e Arcangelo, ho lasciato Villabianca e sono entrato in seminario a Vignola, a otto chilometri, lontano dalle vigne. Così ho felicemente smesso di raccogliere stecchi. Ma ne son passati di anni prima che potessi veder la giungla. Scandiano, San Martino in Rio, Piacenza, Cesena: finalmente frate cappuccino nel 1965. Poi Lugo di Romagna, Reggio Emilia, Bologna: finalmente sacerdote nel 1973.

E ora - mi sono detto - parto. Chiedo a padre Silvio, Ministro provinciale, di poter andare missionario in Centrafrica. No - mi risponde - prima di fare il missionario, devi "fare dei missionari". Vai in seminario, tra i ragazzi delle medie. E la serie dei conventi ricomincia: Scandiano, Roma, Scandiano, Parma, Scandiano, Fidenza, Salsomaggiore: fino al 1987. Gli anni passano, e quel che è buffo è che di missionari ne ho "fatti" solo due: frate Antonio Triani e Filippo Aliani, uno partito prima di me per il Centrafrica, e uno dopo di me per la Romania.

Un bel giorno padre Oriano Granella, Ministro provinciale dopo Silvio, mi prospetta l'eventualità che io diventi Definitore provinciale, cioè Consigliere.

- No - rispondo - non è per me; io voglio andar in Africa.

- Tu dici sempre che vuoi andare in Africa, ribatte, ma poi cincischi, cincischi, e sei sempre qui in Italia!

- Beh, cosa occorre per andarci?, riprendo.

- è semplice: una domanda scritta.

- Ok, allora la faccio.

E dopo due giorni ho steso la domanda e gliel'ho portata. Mi ha detto di sì. E sono partito: 23 febbraio 1988. Avevo trentanove anni.

Fra Antonino Serventini, missionario dei frati cappuccini figlio della Signora Gina di Villabianca di Modena

Crescere facendo crescere

Sono sempre stato in mezzo ai giovani. Premetto che considero attività missionaria anche i quindici anni di servizio svolto in Italia, quando prima di far il missionario ho cercato di "far dei missionari". Per questo, ordinato nel '73, ho lavorato tra i ragazzi e i giovani, a partire da Scandiano fino al periodo di Fidenza, Salsomaggiore, mettendoci anima, corpo e cuore.

In Seminario minore, come assistente e poi direttore; a Parma, come vice di padre Raimondo Bardelli, nel Centro Vocazioni Adulte; e poi a Fidenza, come direttore del Postulato, in coppia col mio caro Oscar Pellesi.

E poi ho partecipato anche a missioni al popolo, questo tipo di predicazione intensa, in varie città d'Italia: Carpi, Cesena, Pisa, Reggio Emilia, sempre come inviato speciale tra giovani e ragazzi.

Perciò trovo continuità tra ciò che ho svolto in Italia e ciò che ho fatto qui: catechesi, formazione, predicazione. Trovo continuità di metodo tra il catechismo che impartivo ai ragazzini della parrocchia di S. Giuseppe a Bologna, fino a quelli di S. Antonio a Salsomaggiore e la formazione dei catechisti a Gofo, fino all'accompagnamento dei giovani aspiranti, qui a Bimbo, un quartiere della capitale Bangui.

Trovo continuità di crescita fra le missioni al popolo in Italia e la missione ad gentes nei piccoli villaggi della savana, che in Centrafrica chiamano brousse, attorno a Gofo. Trovo continuità di avvio e progresso nella direzione spirituale ai giovani in Italia fino l'accompagnamento spirituale dei giovani per il discernimento della giusta riuscita della loro vita, qui nella capitale centrafricana.

Allora quali attività missionarie ho fatto in precedenza? Il primo impegno, da febbraio a settembre '88, è stato il dono della lingua sango: imparare bene la lingua locale alla scuola di frate Damiano Bonori, a Batangofo; e per sette mesi sono stato con lui e frate Giuliano Messina, in stretta collaborazione, nella pastorale parrocchiale.

Poi mi è stato chiesto di collaborare nella formazione dei frati cappuccini. Ho accettato: sono "salito" al nord, in Ciad, a Mouridou, fraternità St. Fidel. Ma per poco. Sono rientrato a Batangofo, confuso e contuso, dopo soli tre mesi, alla fine di dicembre. Nel gennaio seguente,dopo il capitolo dei missionari, sono stato affidato alla fraternità di Gofo, al villaggio Ghirlandina, coi frati Bruno, Giancarlo, Antonio, Nabuto. Lì ci sono rimasto sei anni, come vice-direttore e poi direttore della scuola dei catechisti. E mi è piaciuto tanto. Mi furono affidate anche cinque o sei cappelle di savana, dove mi recavo per il servizio domenicale, e la formazione dei catechisti nelle rispettive comunità.

Come sto? Questa è una domanda molto delicata e provoca una risposta molto laboriosa. Mi è un po' difficile esternare il mio vissuto, ma è bene essere franco. I quindici, meglio i trent'anni di formazione mia personale in Italia (1958-1988) sono stati tutti contrassegnati da un desiderio: il desiderio di essere santo come mio papà Giuseppe. E per me diventare santo significava essere come san Francesco, vivere come lui, povero come lui, nella stessa forma.

Quindi la mia tensione mi portava a privilegiare le strutture povere, le cose povere, i "luoghetti" di preghiera isolati, a vagheggiare gli eremi e caso mai una riforma da "piccola casetta fatta di frasche". Venire dunque in Centrafrica appariva agli occhi miei come la maniera di vivere finalmente la vita francescana povera, essere come san Francesco, in case povere, senza niente, predicando al popolo, e andando di villaggio in villaggio nella savana. Ecco - mi sono detto - la vita povera, strutturata come quella di san Francesco. E sono partito all'arrembaggio.

Ma la realtà non fu così. Poichè la realtà non era così, fuori di me e dentro di me. La prima esperienza "dura" fu Mouridou, St. Fidel. La casa: che bella piccola struttura! Semplice, essenziale, niente che non fosse necessario. Mi sentivo un piccolo Abramo, partito per un'altra terra, tra frati che non conoscevo prima e venuti da ogni parte: Francia, Canada, Ciad, Centrafrica; e io dall'Italia. Volti, culture, linguaggi, ritmi, caldo, sterminata pianura, sabbia.

Deserto fuori. Deserto dentro. Non potevo reggere. E non ressi. La nostalgia, la paura, la solitudine, l'inesperienza rivelarono il vuoto. Misero a nudo la mia inconsistenza. Il sogno francescano svanì. Si trattava di ridimensionare i sogni e di coniugare l'ideale con la mia realtà vera, portando i pesi che potevo portare. E dal Ciad sono "ridisceso" in Centrafrica.

Gofo era alla mia portata reale, possibile per il momento. La struttura non era quella dell'"eremo" ciadiano. Ma il clima era italiano. E ho tenuto bene, lavorando con passione per sei anni. La missione si rivelò formazione continua. Formazione alla realtà, alla mia realtà. Non ero san Francesco. Ero fra Antonino. E purtroppo non ero neanche fra Antonino, perchè... non ero Antonino. Mi spiego meglio se riprendo la cronaca.

Dal 1995, dopo i sei anni di Gofo, sono venuto a Bimbo, nella capitale, e mi sono dedicato ai giovani aspiranti alla nostra vita di frati cappuccini. Ho iniziato un gruppo di preghiera padre Pio che si chiama "A l'Ecole de la Vie" (Alla scuola della vita): incontri settimanali in gruppo, incontri individuali su appuntamento sono stati i due assi portanti di quella formazione che ha dato frutti belli. Molti giovani di Bangui sono entrati in vari seminari e nel nostro Postulato dei cappuccini. Questo periodo è stato bello per me, perchè continuavo a cercare il modo migliore di vivere la mia vita di frate e di insegnarla ai giovani, che la ricercavano.

Dopo un anno di sosta in Italia, nel 2001, sono rientrato in Centrafrica come guardiano della fraternità del Post-noviziato. Trenta frati. Tanto lavoro. Troppo. Ancora si rivelò che fra Antonino non poteva tenere perchè fra Antonino non teneva conto della crescita di Antonino. Fra Antonino sarebbe stato frate minore solo se rispettava la sua semplicità e la sua piccolezza, i suoi ritmi e le sue esigenze, senza strafare e senza pretendere di essere il formatore, il riformatore, il salvatore.

Allora, come sto? Sto bene, progressivamente bene. Ora sono ancora qui a Bimbo dal 2004 e faccio un lavoro duplice: lavoro su di me per diventare bimbo e lavoro tra i giovani, accompagnandoli a ritrovare la loro persona, a riconoscersi, ad apprezzare i doni che hanno, ad aprirsi alla vita. Così Gesù Cristo si incarnerà in loro, con l'aiuto di Maria, vita, dolcezza e speranza loro e nostra.

Nuova prospettiva

Come vedo la situazione del Centrafrica? Rispondo partendo dalla situazione reale di questi giovani in cerca d'identità e di autenticità. Tanti giovani vengono a chiedere lavoro avventizio da noi frati. Perchè? Perchè i loro genitori non hanno i soldi per fornire loro libri e quaderni. E i genitori non sono pagati da mesi, e molti di loro continuano a lavorare "gratis" negli uffici da mesi. Nei villaggi i giovani spesso non vanno a scuola perchè dei ribelli, banditi di strada, li fanno sfollare. I giovani non hanno istruzione: la scuola ha fallito in gran parte; e la Chiesa è corsa ai ripari, invitando Ordini e Congregazioni maschili e femminili a fondar scuole e collegi. Ora ci sono molte di queste scuole, ma ci vorranno molti anni prima di riprendere quota. E ciò significa che ci vorranno molti anni prima che lo Stato possa formare appieno e indipendentemente i futuri dirigenti del paese. Per ora i dirigenti sono stati e continuano ad essere formati in altri paesi ed in altre nazioni.

La Chiesa e l'Ordine cappuccino continuano ad avere fiducia in questi giovani, formandoli qui in Centrafrica e Ciad. Sono queste le nostre forze, non altre. C'è una nuova prospettiva: pur avendo bisogno di inviare molti giovani a formarsi all'estero, la Chiesa e l'Ordine cominciano a sensibilizzare i membri delle comunità per una presa in carico ed un risveglio di responsabilità personale che permetta l'autogestione.

è qui che vedo ben inserito il mio piccolo servizio fra i giovani. Partendo dalla mia esperienza personale ventennale in Ciad e Centrafrica, vedo che è questa la vera giungla nella quale mi addentro e voglio addentrarmi: il cuore di ogni giovane, perchè lui possa ritrovare la sua propria persona,.diventando protagonista del suo sviluppo e del suo progresso.


postato da Cristina il 13 aprile 2008 alle alle
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